Peccato di argilla

La remise des prix du concours international Mario Mosso se tenait ce W-E à Cercenasco, en Italie.
Les résultats sont parus sur le site de la ville, et ma nouvelle « Péché d’argile », qui a obtenu le second prix catégorie nouvelle estrangère (voir quelques articles plus bas…) vient de paraître dans le périodique Il filo.
En version italienne, s’il vous plaît !
C’est la première de mes nouvelles à quitter la francophonie.
Je vous la livre ici, telle que je l’ai (re)découverte hier, pour les bilingues !
Un grand merci aux traductrices…

Stan fa girare la chiave nella serratura. Per quel che deve fare, è meglio che resti da solo. Gli altri lo prenderebbero di nuovo per matto. È notte fonda, ma nel suo mondo, quello degli artisti e degli studenti, è sinonimo d’intensa attività. I suoi coinquilini, Lucien, con le dita perennemente sporche d’inchiostro, e Sergei, studente russo, sempre macchiato di pittura fin sopra la testa, potrebbero fare irruzione a qualsiasi ora, a seconda dell’insonnia, dell’ispirazione o dell’effetto degli psicofarmaci sui loro organismi agitati, e Stan non vuol essere interrotto. Non stanotte.
Abitano insieme in un monolocale mansardato. Con vista sulla Senna, purché si voglia salire sulla scaletta per raggiungere l’abbaino. Di conseguenza, l’atelier, situato nel cortile, all’esterno del palazzo, serve sia come spazio creativo, sia come alcova, quando uno di loro porta una ragazza ed ha bisogno di intimità. I suoi amici se ne sono andati da appena un’ora, ma l’improvviso ritorno di uno di loro non è improbabile… Nell’aria c’è ancora l’odore dolciastro di canna.
Stan si prepara un caffé. La notte sarà lunga, o almeno lo saranno quelle poche ore che ancora lo separano dall’alba. Chiude le tende, affinché nessuna luce possa filtrare attraverso il vetro : tradirebbe la sua presenza. Certo, gli altri hanno le chiavi, ma è un tacito segnale fra loro, e nessuno si permetterebbe di trasgredire questa regola. Tende chiuse, non disturbare. Non prima che faccia giorno…
Cè la luna piena, ma stanotte grosse nuvole ne occultano la magnificenza con volute di cotone.
Stan prepara lo spazio di lavoro, stende per terra un telone traslucido. Da uno scatolone, prende delle candele e le sistema su cadaveri di bottiglie di birra, vestigia di una serata alcolica ma improduttiva, le accende e le dispone sui mobili circostanti : sullo schienale del divano letto, sugli scaffali, pieni di libri di poesia, sul cavalletto di Sergei e sulle sue cartelle da disegno, facendo ben attenzione che la cera, colando, non rovini qualcuno dei suoi schizzi. Sul vecchio torchio con il pedale rotto, stanco per aver fatto girare tonnellate d’argilla. Sul manichino con il cilindro in testa, rubato anni addietro alla facoltà di scienze, che solitamente serve a questi signori più come appendiabiti che come modello per esperimenti anatomici. Sul vetro del flipper, che prende polvere in un angolo della stanza. Sul vecchi o pianoforte verticale, che da secoli nessuno di loro accorda. Non hanno orecchio musicale.
In fondo all’atelier, Stan va a prendere con una carriola un blocco di quaranta chili d’argilla, lo dispone al centro della stanza, sul telone. È ricoperto da una pellicola trasparente, che gli permette di restare umido per poter essere lavorato. Buona terra per va sai. Poi beve il caffè. Nero e zuccherato, per cominciare.
Rimboccandosi le maniche, si mette all’opera, spogliando la terra del suo mantello di plastica. L’argilla è umida e fredda. Stan ci fa scivolare le dita sopra, cercando ispirazione. Verso quali forme si orienterà ? Non è quasi mai una scelta consapevole. Ogni asperità, ogni graffio di quel blocco inerte viene colpito dal chiarore delle candele, e diventa quasi vivo. Pare un organismo colpito da mille frecciate, che cerca mani pronte a curarlo, e chiede aiuto, senza essere ascoltato da nessuno. Tranne che da Stan.
Stan, che solitamente non capisce granché delle opere psichedeliche di Sergei, né delle improbabili rime di Lucien, ma che di fronte a un volume lavorato, modellato con pazienza e destrezza, s’immerge nell’ipnosi più profonda, in un abisso di contemplazione estatica che può durare per ore.
Per un po’ di tempo, abbandonerà la pietra per la terra. Il cavallo impennato, terminato il mese scorso, gli ha lasciato dolorosi calli nell’incavo delle mani, oltre a un acuto ronzio nelle orecchie. L’equide è finito ad adornare la hall di un albergo parigino in cambio di qualche migliaia di euro. Pagato anticipatamente, gli avrà almeno procurato un anno di sostentamento. Ora Stan ha bisogno di calma. Di silenzio e sensualità. Dopo mesi d’intensa bulinatura, con schegge di pietra che gli si piantavano nella carne, per protestare di esser state tanto brutalmente amputate dall‘entità minerale di appartenenza, ora è molto emozionato nel ritrovare questa materia amica, fatta per essere accarezzata e non violentata. Desidera soprattutto lasciare che l’immaginazione riprenda il controllo della sua vita, delle sue notti, dopo esser stata « imbrigliata » a quel cavallo per quasi un anno.
Chiude gli occhi. Come ogni artista, vuol mettere nelle sue creazioni la perfezione e l’originalità, e danche un briciolo di follia, purché un po’ del suo essere traspaia dall’opera. Catturare la quintessenza di un essere vivente, infonderla in un blocco di pietra, o di marmo, o in un tronco d’albero ; rendere visibile, palpabile la sua energia vitale, la sua forza. Legare l’anima del modello a quella della materia, ed alla propria.
Non gli restano che poche ore prima dell’alba. Prima che il mondo non prenda di nuovo il sopravvento, aspirandolo in una bufera di suoni, immagini, sollecitazioni. Uscire dall’atelier, raggiungere la confusione delle strade, della città, incrociare tutte quelle anime erranti, formiche senza formicaio alla vana ricerca di se stesse, alla ricerca della propria utilità nella massa brulicante degli individui.
Uscire, vedere gente, tenere futili conversazioni, mostrarsi socievole, divertente.
Tutte queste cose diventano più difficili, a mano a mano che il tempo passa. Sopportare quei commenti condiscendenti, sarcastici, del tipo :
- Ah, lei è un artista … E, diversamente, lavora ?
Fingere di adattarsi a questo mondo privo d’ispirazioni e speranze, pregando che nessuno noti l’inganno, l’allegria mal recitata. E soprattutto pregando di esser lasciato in pace.
Ad occhi chiusi, comincia a misurare con le mani le dimensioni del blocco. Ne percorre gli angoli, le asperità. Valuta la sua gravità, ne modifica il centro. Trova fessure da allargare, punti ai quali, come un alpinista, potrà aggrapparsi per compiere la salita fino al culmine della sua arte.
Sempre ad occhi chiusi, continua ad accarezzare il blocco d’argilla, eliminando gli spigoli, lisciando le imperfezioni, addolcendo gli angoli. Modella, impasta, con tutta la dolcezza possibile. Il volume si deforma, si trasforma, sotto i suoi gesti precisi e abili. È a suo agio, assalito da una febbre che ben conosce. E da cui si lascia pervadere. Non si accorge nemmeno che la luna, sbarazzandosi della sua copertura, l’osserva di sfuggita, attraverso la vetrata del tetto dell’atelier, accarezzando lo scultore e la sua opera con un raggio indiscreto.Con il passar delle ore, le sue mani callose si ammorbidiscono a contatto con l’argilla. Sotto le sue dita, prende forma la più bella donna che lui abbia mai visto, o perfino immaginato. Istintivamente, sa dove premere per far emergere gli zigomi graziosi, il naso impertinente, il seno delicato. È l’argilla stessa che guida le sue dita. Gli suggerisce dove togliere materia, dove aggiungerne, come lisciare, dove grattare.
È lei che sfiora lui; lo modella, ricambia la sua tenerezza, fa salire la temperatura del suo corpo.
Per i dettagli pensava di utilizzare dei coltelli, ma ora che ha cominciato a modellare il corpo a mani nude, non ha più il coraggio di apporvi una lama. Allora, con la punta delle unghie, crea delicatamente gli occhi a mandorla, delinea finemente le sopracciglia e disegna lunghi capelli su una fronte ingenua.
Si allontana per valutare il risultato. Si serve il caffè, freddo e amaro, fa una smorfia.
La luna continua ad osservarlo silenziosamente.
Bisogna rifare la curva delle anche. Per questo, Stan si avvicina alla statua, fino ad avvinghiarla.
L’argilla, ancora tiepida, emana un odore piacevole. Osa baciare quella guancia così perfetta. Il battito delle sue palpebre, disegna ciglia da cerbiatta sugli occhi della bella creatura.
Improvvisamente, preso da una sensazione di vertigine, Stan si aggrappa a lei, a quel corpo da ninfa, a quei seni delicati. Sono forse le ultime fumate di erba, che agitano la sua mente ? Affonda le mani sul petto, che si offre a lui, e vi modella, a tastoni, un cuore d’argilla. Lo preme leggermente mettendo le mani a conchiglia, ed il cuore comincia a pulsare, trasmettendo nelle arterie e nelle vene della statua un sangue minerale, che la riscalda un po’ di più.
Senza rendersene conto, si toglie la camicia, allo stesso modo butta il resto dei suoi vestiti per terra, e resta nudo, stretto contro quel corpo divenuto tiepido, che sembra rispondere alle sue carezze. I seni, magnifici, si sollevano ritmicamente, lasciando scure scie sul torso di Stan. Il suo corpo si rannicchia contro il corpo di lei : al contatto, la sua pelle si riempie di pigmenti argillosi. Le bacia il collo, febbrilmente, ma non osa morderlo. Il sapore della terra gli riempie la bocca. È al tempo stesso amaroedolce. Leggermente granuloso.
Gli sembra che anche lei lo stringa, con le sue giovani braccia. Che lo baci, frugando la sua bocca con una lingua umida. Sul ventre dello scultore cresce un orgoglioso cilindro di carne palpitante. Lei lo guida, con mani sottili, verso un paradiso sconosciuto, inimmaginato. Verso peccati capitali.
Sfiorando il cespuglio che ne dissimula l’ingresso, Stan s’introduce con una spinta, un sospiro, nella stretta caverna minerale. Il paradiso sotto terra.
Un piacevole formicolio nasce alla base della sua colonna vertebrale. Prima diffuso, aumenta, risale lungo la sua schiena, s’impadronisce in pochi secondi di tutto il suo corpo, contraendone i muscoli. La sensazione diventa subito incontrollabile, e Stan vi si abbandona, corpo, anima e cuore. Si lascia scivolare, senza opporre resistenza, verso l’ignoto, verso l’eternità.
Il suo cervello esplode. In una frazione di secondo, la sua mente si fonde con l’universo. I suoi pensieri sfiorano l’infinito. I misteri della scultura che gli restavano ancora da scoprire, penetrano profondamente nel suo essere, come proiettili di conoscenza. Tecniche, volumi, prospettive, tutto diventa semplice, naturale, istintivo. Architettura, pittura, poesia, tutte le arti invadono la sua anima, in molteplici dimensioni.
Comprende ora le tele astratte di Sergei, può recitare a memoria i versi di Lucien, inebriato dalla loro bellezza. Il mondo, come lui lo conosce, insipido, vuoto, con tre sole dimensioni, rivela di appartenere ad un’infinità di piani, dei quali ignorava l’esistenza, e che ora gli appaiono in tutta la loro complessità. All’interno di questa donna d’argilla. Nella sua più segreta intimità.
Stan si chiede come abbia potuto vivere per così tanto tempo senza capire tutto questo. Senza vedere, capire, ascoltare, assaporare tanta perfezione, tanta bellezza. Non sa se, dopo, riuscirà a sopravvivere senza tutto ciò. Se ci sarà un « dopo ». Ma è pronto a morire all’istante, pur di conservare eternamente il ricordo delle meraviglie che lei gli offre con il suo corpo. Il cuore gli scoppia. Adesso è la statua che dirige, con ritmici movimenti di bacino, la loro stretta appassionata. Lo imprigiona tra le sue gambe, con le mani lo copre di carezze, con la bocca di baci.
Lui non controlla più il suo corpo, i suoi pensieri gli sfuggono, vagando per le contrade del piacere. La sua mente si disperde in migliaia, miliardi di particelle che nulla potrà mai riunire. Infine, il piacere, in un grido primale che scaturisce dalle sue labbra tremanti. Geme, singhiozza. Si lascia andare. Crolla ansimando contro di lei, privo di forze.
Nel pieno del suo letargo, sente mani che lo sfiorano teneramente, gli danno forma, riunendo i frammenti sparsi della sua anima, rimodellando il suo corpo sfinito. Si arrende a quelle carezze, scivolando, senza muoversi, in un dolce sonno.
Un torpore profondo l’invade, fissa le sue membra. S’addormenta, stretto contro di lei, felice ; un sorriso beato illumina il suo viso macchiato di argilla.Spegne le ultime candele ancora accese, gratta via la cera che, sgocciolando sul bordo del tavolo, aveva formato una stalattite gialla. Apre la porta e corre sotto la doccia, canticchiando, per pulirsi da tutta quell’argilla, quasi secca, incollata alla pelle, incrostata sotto le unghie. Sotto il getto d’acqua calda, prolunga ancora il suo piacere, abbozzando alcuni gesti con le dita sottili. Brevi ma violenti brividi di voluttà le tolgono il respiro, con piccole scosse che diminuiscono progressivamente d’intensità, facendola ansimare, appoggiata contro la parete di plexiglass della doccia. Chiude il rubinetto, toglie gli ultimi granelli di terra bruna rimasti incollati al dorso della mano. Si sistema una ciocca di capelli dietro l’orecchio, con gesto elegante.
Prima di andare a dormire, vuol mostrare la sua opera notturna a Sergei e Lucien. In quel momento, suonano alla porta, lei ne percepisce il cigolìo. E poi, esclamazioni di sorpresa. Immaginando le loro facce, abbozza un sorriso.
Senza nemmeno coprirsi con l’asciugamano, esce dal bagno. Con il corpo ancora bagnato, ridendo fragorosamente, và ad abbracciare i due uomini, pietrificati, incapaci di proferir parola. Con un piede, spinge nell’angolo gli abiti di Stan. Stan, la cui statua d’argilla a grandezza naturale, urlante di realismo, comincia a seccare al centro della stanza.
Con l’indice, accarezza furtivamente la guancia di Lucien ; un capezzolo quasi duro sfiora con innocenza il braccio del ragazzo, che subito viene percorso da un brivido, mentre lei dà un bacio impertinente a Sergei, in punta di labbra.
- Qualcuno vuole un caffè ?(Trad. : Viviana Bertazzi – Melania Pautasso)


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